sabato 6 settembre 2014

1: Dal Vic-20 a ZZAP! passando per Popeye e Defender, perché da quache parte devo pur iniziare...



La delicata interconnessione psicologica tra me e l'archetipo COMPUTER (non pc, allora si chiamavano proprio ancora computers) iniziò un mistico giorno nel quale mio padre, dal nulla, portò a casa un nuovo fiammante Commodore Vic-20. Erano i primi anni 80, ero ancora in una fase beata in cui il massimo problema della mia vita era quello di guardare fim di fantascienza, cartoni coi robottoni, inventare qualcosa per divertirmi, mangiare dolci e andare sui pattini. A quel punto della mia vita la mia esperienza in ambito videogiochi era limitata all'intellevision di mia cugina e gli scacciapensieri dei figli dei vicini, per i quali provavo una certa invidia. A causa di questi ultimi mi ero inventato un modo per far finta che anche io avessi un game&watch sull'orologio (come andava di moda all'epoca) ma in realtà era solo una complicata simulazione fantastica basata sui numerelli del cronometro del mio orologio CASIO, al quarzo, con quattro tasti sul quadrante (regalo di mio nonno di cui andavo orgogliosissimo), che mi sembrava già un bel po' di tecnologia tutta per me (quattro interi tasti di cui il misteriossimo tasto bianco che solo dopo mesi capii a cosa poteva servire). Insomma era un periodo in cui dovevo far funzionare parecchio la fantasia per compensare le tante differenze che andavo notando fra me e gli altri coetanei. Soprattutto mi interessava la scoperta o la creazione di 'mondi'. Disegnavo storie e inventavo mondi dove certe leggi fisiche potevano non esistere, dove le lucertole parlavano, i sassi davano poteri magici, e io ero una spia segreta che poteva ottenere tutto quello che voleva solo pensandoci intensamente. Era un periodo in cui a casa mia si respirava un'aria ancora dolce, rilassata, scandita dai ritmi della scuola, dell'estate dopo la scuola, dei compiti estivi che non facevo mai, e di uno stato generale di 'sogno' in cui tutto, anche le grandi tragedie della mia vita (tipo una che mi piaceva che si era messa con un altro) erano sempre risolte con brillantezza e speranza. Da ragazzino sei felice perché hai poco passato e molto futuro davanti (e sono entrambe finzioni come avrei scoperto parecchi anni dopo). E un giorno arrivò il Vic. Era estate forse luglio e mio padre arrivò a casa con questa 'cosa' chiamata computer che generò in me, immediatamente la più cieca adorazione. Tirare fuori in Vic dal polistirolo, collegare il cavo antenna e gustarmi l'odore dell'alimentatore che si scaldava, furono per me i primi vagiti di una specie di fede religiosa nei 'computer' di casa Commodore i quali, secondo me, avevano un'anima. Sì, tra le mie varie stranezze da ragazzino c'era il fatto che credevo che i computer come alcune altre cose (tra cui il mio orologio Casio a quattro tasti, i miei diari, alcuni oggettini portafortuna che andavo accumulando) avessero un'anima e fossero in un certo senso spiriti protettori, guardiani degli altri mondi che andavo cercando. E il Vic era il più alto in grado al momento. Quando lo accendemmo per la prima volta io e mio fratello non sapevamo ancora bene che farci... aprimmo il manuale e cominciammo a vedere come funzionava la tastiera, e, meraviglia, c'era lo shift, lo shift lock, il tasto commodore e i tasti ascii coi caratteri grafici - simboli, linee, cuori - oltre alla possibilità di cambiare colore ai font, e passammo quindi un'intera giornata o forse più a fare schermate di caratteri, che per me era il massimo livello di creatività a cui potevo aspirare per ora. Dopo qualche giorno di cuori, picche, asterischi e colori, arrivò finalmente la prima cartuccia: Omega Race.

Il solo fatto che il Vic potesse creare mondi di questo genere bastava a farmi battere il cuore di emozione. Omega Race era in teoria un arcade che simulava l'addestramento dei piloti di non mi ricordo-quale-galassia contro non-mi-ricordo-che-nemici. Aveva quel fascino grezzo dei primi arcade che iniziano e non finiscono mai, nei quali si va avanti sempre in una stessa schermata aumentando solo il numero o la difficoltà delle sequenze. E Omega Race era ipnotico come moltissima altra roba dell'epoca. Sarà perchè ero ragazzino io, sarà per il poco passato e il molto futuro, sarà perchè ero ancora 'pulito', sarà per il fatto che era estremamente ripetitivo, ma Omega Race era pura ipnosi. Potevo starci attaccato delle ore (se non fosse che i miei poi venivano a, letteralmente, scollarmi dalla tv). E avevo preso Omega Race molto seriamente, perchè, dicevo fra me e me, qui ci si allena per diventare piloti della galassia, qui c'è il futuro. Immaginavo davvero Omega Race come un programma di addestramento, come qualcosa che avrebbe dato un senso ulteriore alle mie giornate fatte di caccia agli eventi straordinari. Ma niente ebbe un impatto maggiore su di me all'epoca, del fatto di scoprire i linguaggi di programmazione. Ora, da fissato com'ero con cose come Guerre Stellari, Goldrake, e in genere le cose grosse, futuristiche e tecnologiche, il fatto di scoprire che c'era un qualcosa di tecnologico che poteva eseguire le tue istruzioni e, addirittura, creare dei mondi a tuo comando,  era per me il segnale chiaro dell'inizio di una nuova era. Non c'era solo la possibilità di entrare nei mondi creati da altri, che era comunque possibile attraverso i libri, i game&watch, i fumetti, i cartoni animati. C'era la possibilità, ben più affascinante, di poter creare dei mondi veri e propri e poterci interagire. Dalla tua testa al mondo reale. Successe anche un altro fatto in quel periodo. Mi accorsi infatti per la prima volta di una stranezza della mia vita che mi colpì subito per la sua insistenza e regolarità negli anni successivi. Mentre io ero lì, intento a bearmi dei miei mondi immaginari a 8 bit, i miei coetanei erano già intenti a godersi la generazione successiva. Se io parlavo del Vic-20 loro erano già al Commodore 64 per esempio. Quando parlavo delle mie scoperte col Basic loro avevano già scoperto che esisteva l'Assembler, e così via. Mi chiedevo, assorto, perchè sembrava che gli altri ne sapessero sempre più di me e questo generò in me non poche seghe mentali. Succedeva in qualunque situazione della mia esistenza da un certo periodo in poi. Stavo sempre indietro. O arrivavo sempre tardi. All'epoca del Vic-20 arrivai quando il Vic era già alla sua seconda incarnazione (credo) e albeggiava il 64 all'orizzonte, e loro, i miei compagni di scuola, che sembravano tutti nati in un mondo nel quale io sembravo essere capitato per caso, avevano già quasi tutti il Commodore 64... conoscevano tutti i videogames da sala giochi di cui io non sospettavo nemmeno l'esistenza se non quando ne beccavo uno in vacanza. Come facevano? Fu solo dopo aver scritto i primi giochi in basic, aver provato i primi giochi a 'nastro' e aver sperimentato le dannazioni della regolazione della testina del registratore (e loro avevano già il floppy disk... bastardi), che, per caso, scoprii un altro mondo a parte, l'edicola, e la sua sezione su computer e videogames. A farmelo scoprire furono alcuni miei compagni di giochi che avevo conosciuto in uno dei parchi vicino casa, e che erano principalmente intenti a vivere quella, per me (tuttora) sconosciuta, dimensione chiamata 'calcio'. Ero già stato a contatto col 'calcio', il 'pallone', il 'tifo' e le 'squadre di calcio' qualche anno prima, nei cortili di casa dove il pallone era l'attività preferita dopo il nascondino e l'un-due-tre-stella. Ma, o mi ero fatto sempre male, o non ero capace di mandare la palla dove volevo, o, semplicemente, non ero portato per gli sport (credevo io) e quindi finiva sempre che ero la 'pippa' a cui nessuno passava mai la 'palla' e che finivano sempre per prendere in giro o al massimo facevano giocare per pietà. Coi nuovi amici che avevo conosciuto al parco di Via Baldovinetti la situazione era invariata. Ero la 'pippa' della situazione, anzi peggio, ero un 'frocetto'. Tuttavia cercavo di stare con questa gente, cercavo di giocare a calcio con loro, cercavo di fare GOAL, di appassionarmi delle squadre di calcio, di capire come questo potesse essere più divertente che andare sui pattini a correre o di una partita a Star Post (sempre sul Vic 20). Non l'ho mai capito. Iniziò così a configurarsi quella situazione che mi portò a essere una persona-a-metà per quasi tutti gli anni della mia adolescenza. Non ero un nerd, non ero un non-nerd. Ero a metà tra i due. Per lo meno il nerd dalla sua ha una certa sicurezza derivata dalla totale chiusura e dedizione al suo mondo privato quale che sia. Questo lo porta a diventare o uno psicopatico o un artista (o ambedue le cose). Penso spesso alla vita di Philip Dick, ma anche di altri artisti tipo certi fumettisti, scrittori e sceneggiatori, e a quanto questi abbiano dovuto ripiegare su un mondo di fantasia sostenuto dalla lettura e dall'arte, riuscendo ad agganciarsi a grandi distributori di arte e cultura come, appunto, le opere letterarie, un certo tipo di scuola, un certo luogo geografico (gli Stati Uniti) dove era più semplice riempirsi la testa di cose fiche, piuttosto che l'Italia degli anni 80.  Io invece avevo sempre brandelli di qualcosa con cui costruirmi dei mondi ed ero sempre appeso tra vari mondi. Non ero del tutto un tecnologico anche se la tecnologia e soprattutto i videogames cominciavano ad avere un certo poterere soggiogante sulla mia coscienza. Ero un ragazzino che per qualche strano motivo (che non potevo ancora imputare alla mia famiglia) non aveva cognizione alcuna del fatto che oltre al mondo che conosceva poteve esserci anche molto molto altro. Per me esisteva il Vic-20 e il Vic-20 era il miglior computer del mondo e anche il mio migliore amico. Nelle edicole c'erano le cassette con i giochi del Vic-20 e per me i giochi si compravano solo in edicola. Potevo essere consapevole delle sale giochi perchè da ragazzino qualcosa avevo visto, al limite poi c'erano i videogiochi dell'estate. Quelli che erano il culmine di tutto un anno di congetture. Da una parte c'erano il Vic con i suoi 8 colori e la sua grafica a blocchetti e la vaga consapevolezza di un vasto mondo di computers, videogames e arcades sicuramente più potenti ma a me ignoti. Dall'altra c'era la piccola realtà del camping di Bracciano, L'Uliveto, dove andavo in villeggiatura con in miei: lì la realtà più vasta che mi attendeva al di fuori delle quattro mura di casa mia filtrava in piccole, morbide dosi, attraverso due cose essenziali: il Juke Box e gli Arcades che il destino ti faceva trovare al bar, e che pur essendo in genere più vecchi di una o due generazioni erano comunque più di quanto conoscessi io. Diversi anni di campeggio estivo mi avevano già fatto scoprire cose come Space Invaders, Head on, Galaga e Defender.  Ogni anno quindi attendevamo col cuore in gola, io e qualche amico del camping, il gioco  che avremmo trovato lì, sperando che  qualcosa di leggendario facesse la comparsa tra il bar (lo spaccio come lo chiamavano), il flipper e il juke box con Nikka Costa, i Righeira e Battiato, sperando in giochi dai nomi come quelli che sentivamo sussurrare tipo formule magiche da quelli che di videogames ne sapevano (nomi tipo Xevious, Super Pac-Man, Mario Bros).  Quell'anno arrivò Popeye:


 E ok, Popeye è stato il mio primo amore, il mio primo platform, il primo pezzetto di quelli che chiamerò per tutta la durata di questo blog un 'punto di non ritorno'. I punti di non ritorno non sono cose, persone, eventi, situazioni, musiche, libri o  videogiochi, sono la somma di tutte queste cose insieme, sono il totale più grande della somma delle parti che apre il passaggio da un'epoca a un'altra. Popeye era la prima grafica che non fosse blocchetti che vedevo... il primo gioco con gli sprites. Popeye era un gioco al quale ero abbastanza bravo e dove avevo anche un tipo che mi insegnava i trucchi e perciò cominciai a sentire che 'giocare bene ai videogiochi' era un qualcosa che sapevo fare, una specie di dote, tipo disegnare o suonare la chitarra. Popeye era il cabinato accanto al quale conobbi la prima ragazza di cui io mi sia mai innamorato, una ragazzina di Firenze che è stata anche il mio primo bacio, la mia prima cotta, il mio primo pianto d'addio (Firenze a 11 anni può sembrarti lontana come un altro continente). Tutto questo è condito dalle note di Popeye e dalle imprecazioni che inseguivano l'andamento ondeggiante dei maledettissimi cuori lanciati da Olivia (ma che cazzo... tirali dritti!!!), dal calippo al limone o alla cocacola e da una generale sensazione che la vita fosse una bella cosa nonostante le lacrime e gli addii. Ma il punto di non ritorno non fu completo fino a che l'estate non finì e non ricominciò la scuola.  E non si può immaginare lo shock che ho avuto quando uno della combriccola dei calciatori di Via Baldovinetti mi chiese di accompagnarlo in edicola dove mi fece scoprire quella che sarebbe diventata la mia fissazione per parecchi anni successivi. La rivista -mito- dell'infanzia videogiochistica di molti di noi:

ZZAP!

Ecco come facevano! Ecco come potevano sapere tutto di Videogames... esistevano le riviste. Esisteva un 'mondo' dei videogiochi là fuori. Si forse avevo intravisto qualche altra rivista anni prima. Ma non era ZZAP! Saranno state le copertine di Oliver Frey o quel senso continuo di 'tanta bella roba' che veniva fuori dalle pagine, forse era l'angolo della posta, quello degli adventures o il fumetto di Terminal Man. Fatto sta che il punto di non ritorno con ZZAP! Si era completato. Restava solo un problemino da risolvere: io avevo ancora un Vic-20 e invece il sogno di ogni videogiocatore pareva proprio essere il suo successore, il Commodore 64.

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