giovedì 18 settembre 2014

2. C64, Xevious, Daredevil Dennis e la diversità.

Nel settembre del 1986 io e mio fratello consegnammo tutti i nostri risparmi a mio padre (circa 50 mila lire a testa) per comprare il Commodore 64. La decisione era arrivata dopo tutta una serie di pressioni (mie) e promesse (di mio padre) ma anche, capii poi, dal fatto che mio padre era comunque un appassionato di tecnologia. A quel punto nella mia esistenza tredicenne c'erano già delle strane abitudini. La prima era quella già accennata di credere che le 'cose' avessero un'anima, e quindi di riferirmi a loro come persone che potevano sentirmi. La seconda era che avevo un diario, già da un po’. Ero troppo giovane per capire il tipo di difficoltà che stavo coltivando già da allora e nemmeno i miei familiari si resero conto che avevo dei problemi. E anche questo diario era una persona… sì era il mio migliore amico, al quale confidavo tutti i miei 'segreti', i miei 'sogni' e i miei 'progetti' per il futuro. Soprattutto sul diario passavo pomeriggi a scarabocchiare e a decantare questo o quell'altro videogioco, rivista di computer, etc. Più o meno da solo ero riuscito a capire da un po’ di listati e quattro righe accennate su una rivista come funzionava l'assembler del vic-II e altre cosette interessanti come fare le schermate in alta risoluzione e ridefinire il set di caratteri. Mi rendevo conto di quanto si potesse fare con un computer e una buona dose di creatività. E dato che il Vic era il 'confine-dell’-universo' non riuscivo a immaginare quello che si sarebbe potuto fare col 64. Potevo solo intravedere dalle riviste. Poi un giorno un compagno di classe mi portò a vedere il 64 con quella cosa assurda, quella specie di attrezzo futuristico chiamato floppy disk... e mi sparò lì per lì cose come Bruce Lee, Spy vs Spy, Defender (ancora), Raid Over Moscow... e altri quindici o venti giochi che venivano caricati alla velocità della luce (qualche minuto per noi all'epoca era velocità della luce). Nel mio quartiere c'erano parecchie famiglie che sembravano avere più soldi della mia, o meglio, io iniziavo a percepire questa discrepanza, e potevo vedere questo mio amico esibire numerosi contenitori di floppy, i copri-tastiera, due joystick, la stampante originale Commodore... mi rendevo conto che questa 'esibizione' mi metteva leggermente in soggezione, perché io non avevo tutta quella roba e non capivo perché questo mi mettesse angoscia. Ma non ci feci caso lì per lì... giocammo tutto il pomeriggio poi fu il turno della solita partita di pallone dalla quale fui escluso quasi subito. Tornando a casa il cuore rimestava brandelli di immagini a 8 bit ed emozioni difficili da descrivere se non come un totale senso di inferiorità. Come se qualcuno fosse uscito da quello schermo a dirmi ecco, vedi come si vive? E tu perché non hai tutte queste cose? Ero nervoso, teso, e si faceva sempre più spazio la consapevolezza che in me c'era qualcosa di differente, di meno, degli altri ragazzini della mia età. Adesso facevo caso a come si vestivano loro: più o meno tutti sapevano cosa mettersi addosso e quasi tutti avevano le idee chiare sul fatto che le Timberland e le Clark fossero la prima scelta, i 501 fossero la norma, e altre notizie di cui io non avevo sentore. Sul tragitto di casa una piccola orda di ragazzini attorno a un cabinato in un bar di Via Baldovinetti aveva intanto attratto la mia attenzione. Messi gli occhi sul cabinato, tra l'odore del caffè, dei gelati in frigo e quello delle mille Goleador scartate, una immagine di un altro mondo attrasse i miei occhi:
...Xevious, che, con le sue pianure verdeggianti e le ipnotiche formazioni di alieni geometrici, i suoi suoni cinguettanti e la brillantezza dei colori riportò la mia mente a un fatto che, ahimè, divenne ben presto chiaro nella mia testa: nei videogiochi c'erano mondi in cui fuggire. Nei miei disegni c'erano, ancora, mondi in cui fuggire.. e nel mio diario c'era un mondo che mi stavo costruendo per sfuggire al disagio di essere un po’ strano. Mi fermai una mezzoretta a guardare orde di strani lastroni indistruttibili che cadevano in verticale verso la minuscola navetta e stetti lì a chiedermi come fosse possibile disegnare qualcosa del genere al computer. E poi tornai a casa, aspettando palpitante il rientro di mio padre che 'forse' quella sera avrebbe portato a casa il c-64. Noi non dovevamo saperlo in teoria ma io lo sapevo.. lo sapevo bene... e infatti, rientrato a casa, mio padre sfoderò l'arsenale del nuovo acquisto: ma non era un c64 normale era il 'new model' (che non aveva niente di diverso se non lo chassis), e questo bastò a farmi recuperare un po’ di quel senso di inferiorità rispetto ai miei amici-che-avevano-già-tutto.


Col 64 mio padre aveva rimediato due cassette pirata sconosciute, ed io avevo da parte due cassettine da edicola che da una parte avevano i giochi per il vic 20 dall'altra quelli per il c64 (magia della pirateria), e su una di queste c'era il primo gioco di cui mi innamorai follemente, un platform abbastanza scemo ma divertentissimo che si chiamava Dare Devil Dennis:





Questo piccolo ipnotico capolavoro mi fece capire che: il 64 era molto meglio del vic-20, la tecnologia degli sprites (pezzi di grafica indipendenti che si muovevano sullo schermo senza modificare nient'altro al di sotto di loro) e il SID (Sound Interface Device) il processore sonoro erano qualcosa che ti mandava fuori di testa se non l'avevi mai sperimentato prima. Il 64 aveva più colori era più veloce, e tutto sommato questo new model anche più bello del vic-20. L'altra cosa che capii è che finora non avevo mai giocato un videogioco così fluido, e abituato com'ero a blocchetti, stanghette e blip! del vic 20, ritrovarmi con una tale fluidità era oltre ogni mio sogno più sfrenato (e non sapevo minimamente quello che sarebbe successo poi...). In più Dare Devil Dennis era molto divertente sebbene scarsino dal punto di vista della grafica e del concept.. ma non sapevo neanche cosa fossero queste cose a 13 anni. A 13 anni giocavo e basta. E fu con la più grande soddisfazione che andai dal mio amico sessantaquattrista a dirgli che anche io adesso avevo il 64.. e lui disse, "Ah Bene! Adesso possiamo scambiarci i giochi?" E anche se lui aveva il floppy e io no, sentii comunque di aver fatto un passo in un mondo più vasto e per qualche tempo mi sentii anche meno diverso dagli altri.

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